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Panorama dallo zocùn, salendo al rifugio Gianetti
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Panorama autunnale dallo zocùn, salendo al rifugio Gianetti
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Al rifugio Gianetti
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Dal sentiero per il Gianetti, vista verso il rifugio Olmo
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Salendo all'Allievi Bonaccossa, le punte Vittoria e Allievi
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Il "pianone" in val di Zocca
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Punta Vittoria, dal rifugio Allievi Bonacossa
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Rifugio Allievi Bonacossa
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Vista dal rifugio Allievi Bonacossa
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Pianone in val di Zocca
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Bivacco in Valmasino (foto R. Moiola per Valtellina Turismo)
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Val di Mello (foto Moiola)
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Che colori in val di Mello (foto Ganassa)
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Preda Rossa in autunno
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Preda Rossa in autunno, la piana superiore
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Preda Rossa in autunno, la piana superiore
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Preda Rossa, il sinuoso corso del torrente Duino
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Un larice in autunno, tra le piane di Preda Rossa
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Il rifugio Cesare Ponti al cospetto del Disgrazia
Lombardia

Bassa Valtellina e Val Masino

A breve distanza dal fondovalle o nelle vallate laterali, che si addentrano fino alle pendici di imponenti montagne di confine, anche la bassa Valtellina offre ottime occasioni per camminare alla scoperta di straordinari panorami o nostalgici nuclei rurali spesso abbandonati, ma testimoni della vita che caratterizzava questi luoghi fino a pochi decenni fa.
 

ANTICHE MULATTIERE
Una bella camminata, impegnativa per il suo dislivello di 900 metri, porta da Fusine a Pizzabella (1168 mslm) per rientrare di nuovo a Fusine (285 mslm).
Dal centro di Fusine (piccolo centro sul versante sinistro dell'Adda, a metà strada tra Sondrio e Morbegno) parte una mulattiera lastricata che porta ad una strada asfaltata da seguire solo per qualche decina di metri. Si riprende il sentiero sulla sinistra fino a raggiungere la chiesa della Madonnina e da qui si prosegue lungo la strada, proseguendo e superando due tornanti fino all'altezza di alcune abitazioni. Sulla destra si riprende la mulattiera, al bivio si continua sulla destra fino alle case di Ronco ed ai prati del Dosso di Sotto. La mulattiera, poco prima di Pizzabella, è stata distrutta da una frana nel 1987.
Giunti a Pizzabella si prende la strada carrozzabile che entra nella valle e porta al nucleo di Valmadre. Al ritorno si segue la carrozzabile sino a Prati del Dosso di Sopra da dove parte un bel sentiero che, con una serie di tornanti, giunge al Dosso di sotto, da dove si segue nuovamente la mulattiera.
Valmadre è stato fino all'inizio del Novecento un luogo importante per l'estrazione del ferro: con il trascorrere del tempo, tuttavia, i costi di estrazione hanno reso inefficiente lo sfruttamento di questi giacimenti che sono stati progressivamente abbandonati. Diversi secoli fa, nel corso del '500, il Ducato di Milano fece realizzare la mulattiera per rendere più agevole il trasporto del ferro e dei prodotti agricoli verso valle: prima, infatti, il tutto veniva trasportato a spalla dall'uomo.

Un lungo ma affascinante percorso conduce da Bruga, nei pressi di Ponte in Valtellina, sino a San Matteo, lungo l'antichissima mulattiera della valle d'Arigna.
Si parte risalendo la destra orografica del torrente Armisa e oltrepassando la contrada Costabella (609 mslm). In seguito si entra nel bosco dove si incontrano alcuni antichi nuclei abitativi quasi completamente invasi dalla vegetazione: si osserva anche un incremento della vegetazione presente ed un'antica frana ricoperta da muschi e licheni. Poco oltre, prima della deviazione che porta a Luviera (da percorrere al ritorno), si scorge sulla destra la forra dell'Armisa.
Oltrepassate due diramazioni che portano alle località Gerna e Luviera si prosegue lungo il sentiero che lambisce i prati di Fontanaviva e che conduce all'antica contrada di San Matteo. Lungo il percorso si incontra la strada sterrata che conduce alla centrale dell'Armisa.
Seguendo le indicazioni, in pochi minuti si arriva all'abbandonata contrada San Matteo (924 mslm). Al ritorno si percorre il sentiero dell'andata passando per Fontanaviva: si esce dal paese e si prosegue verso Gerna.
Da Gerna si rientra sul percorso dell'andata e si devia per Luviera (730 mslm), fino agli anni '50 granaio di Castello dell'Acqua.


SENTIERO ETNOGRAFICO
Un sentiero etnografico è sempre una miniera d'oro in termini di suggestioni, spunti e motivi di interesse. Non è da meno il sentiero etnografico che da Cavallari, nei pressi di Castello dell'Acqua, passa da Nesina, Paiosa, Cortivo e Le Pile, con un dislivello contenuto (300 metri). Camminando su questo percorso si può immaginare come fosse la vita fino agli anni Cinquanta: mulini, fucine, la Pila dove si battevano le castagne (il castagno è l'albero del pane in tante vallate delle  Alpi, a testimonianza del suo ruolo cruciale per l'alimentazione delle genti di montagna) e la Grat dove venivano seccate, i forni, i frantoi ed i boschi che, coltivati a selva, fornivano l'indispensabile legname.
Il percorso parte da contrada Cavallari e salendo in un bosco costituito da castagni, tigli, frassini e betulle porta ad un frutteto abbandonato e poi alla contrada Nesina. Lungo il sentiero si scorge la chiesa di San Giuseppe. All'altezza della fontana il sentiero prosegue sino a Paiosa, posta in un punto panoramico. Si percorre per un tratto la mulattiera che entra in val Magnina per poi scendere alla contrada dell'Albert dove si trovano la Pila ed il Mulino. Si scende verso Cortivo dove si incontrano altri due mulini. Si prosegue per duecento metri sino ad una carrozzabile che porta a valle e da qui un sentiero taglia lungo i prati fino alla contrada delle Pile. Attraversata di nuovo la strada un sentiero scende fino al fondovalle dove si ritorna al punto di partenza passando per la fucina Cavallari.
 

RIFUGIO CESARE PONTI
Quanto ci vuole per arrivare al rifugio Cesare Ponti? Lo dice un cartello a Preda Rossa, punto di partenza di quest'escursione ai piedi del Disgrazia. 
2h30' per una famiglia, 1h30' per un trekker allenato, 50' per un atleta e 35' per una performance da record!
Dimenticando i tempi, vale la pena godersi questa passeggiata che offre ambientazioni molto diverse tra loro.
Si parte da Preda Rossa, incantevole in autunno quando - purtroppo - il rifugio è però chiuso. Si costeggia la fiabesca piana solcata dalle anse del torrente Duino e cinta dai larici per arrivare dove il sentiero inizia a salire.
Ignorando un paio di deviazioni, si raggiunge in breve una seconda piana, più piccola ma altrettanto suggestiva, dove la camminata cambia radicalmente aspetto.
Si inizia infatti a salire con decisione, uscendo dal bosco. Il sentiero, quindi, non si snoda più tra radici e sottobosco ma inizia a risalire un costone su pendenze molto decise. Non mancano tratti davvero severi, anche se brevi e non proibitivi. Dopo aver preso quota rapidamente, offrendo nel contempo un bellissimo panorama sulle due piane di Preda Rossa, il sentiero prosegue più dolce tra prateria d'alta quota e sfasciumi fino a raggiungere il rifugio Cesare Ponti, a quota 2559 mslm. Quasi didattica la vista sulla morena, davvero imponente, e sull'ambiente post-glaciale ai piedi del Disgrazia che, in realtà, domina praticamente tutta la camminata.
Alto 3678 metri, il monte è una delle maggiori cime della Valtellina e segna il crinale di confine tra val Malenco e val Masino. Il suo nome ha origini antiche. Alcune leggende lo attribuiscono ad una punizione divina che volle colpire la scarsa generosità delle genti locali, ree di non aver accolto un vagabondo. Ipotesi più "scientifiche", invece, collegano il toponimo al ghiaccio: Disgrazia, dunque, da "dis-ghiaccia" o da "di ghiaccio" a ricordare i ghiacciai che, un tempo, erano davvero imponenti. Oggi ne resta solo una piccola percentuale, peraltro in costante riduzione. Per rimanere in campo etimologico, Preda Rossa significa, in dialetto locale, "pietra rossa": qui, infatti, il granito della val Masino lascia progressivamente spazio al serpentino della val Malenco. Ma anche in questo caso non mancano le spiegazioni leggendarie che collegano il rosso delle pietre della zona al fuoco ed al sangue derivante dalle medesime terribili punizioni divine.
Il rifugio è dedicato, dal 1928, a Cesare Ponti, banchiere milanese e consigliere del CAI meneghino. La struttura, rivista profondamente nel corso degli anni Duemila, risale al 1881 quando il Conte Francesco Lurani Cernuschi, famoso esploratore ed illustratore, assieme ad Ernesto Albertario, fece edificare la Capanna Disgrazia, il primo ricovero per escursionisti in val Masino. Troppo piccolo, venne presto affiancato dalla Capanna Cecilia, in onore della moglie di Francesco Lurani, ed infine ampliato nel 1928 quando assunse l'attuale denominazione. Rimase quasi invariato fino agli anni Ottanta, quando iniziò a subire ampliamenti e miglioramenti: 1986, 2005 e 2007 gli anni degli interventi principali.


AL RIFUGIO GIANETTI, SOTTO IL PIZZO BADILE
Il rifugio Gianetti è posto quasi al centro dell'amplissimo anfiteatro dell'alta Val Porcellizzo, in Val Masino, è uno dei più noti, classica meta di una classicissima escursione. Sulla facciata si trovano una meridiana ed una targa su cui è scritto: "A Luigi Gianetti questo rifugio eretto per suo munifico collegato la Sezione di Milano del Club Alpino Italiano riconoscente dedica - MCMXIII". La capanna venne, infatti, costruita, per iniziativa del C.A.I. di Milano, nel 1913, nei pressi della precedente capanna Badile, la seconda, in ordine di tempo, della Val Masino (era stata costruita nel 1887 e ricostruita nel 192 dopo una valanga), che restò come sua dipendenza (restaurata nel 1960, divenne bivacco, intitolato all’alpinista Attilio Piacco). L’intitolazione rendeva omaggio all’ingegnere Luigi Gianetti, che aveva contribuito finanziariamente in misura decisiva all’edificazione. Durante la prima guerra mondiale fu presidiato da reparti alpini, come punto di appoggio prezioso nel sistema difensivo voluto dal generale Cadorna, che temeva un’invasione austro-ungarica dal territorio svizzero. Durante il secondo conflitto mondiale, invece, venne utilizzato come struttura di appoggio da formazioni partigiane; per questo, durante il sistematico rastrellamento del 1944, venne bruciato dalle forze nazifasciste. Riedificato nel 1949 ed ammodernato nel 1994, è una delle più classiche mete escursionistiche della Val Masino. Alle spalle del rifugio, nel luogo in cui sorgeva il vecchio rifugio Badile costruito nel 1887, è collocato il bivacco Attilio Piacco, costruito nel 1961 e dedicato alla memoria dell'alpinista caduto nella scalata della Punta Torelli nel 1958.
da (http://www.paesidivaltellina.it)
Parte dai Bagni di Masino un bel percorso di trekking - abbastanza lungo ed impegnativo - che conduce sino al rifugio Gianetti passando per la bella val Porcellizzo. Il tutto al cospetto del Pizzo Badile una delle montagne più affascinanti di questo settore delle Alpi.
Il sentiero si divide in tre parti.
Si parte dall'antica sorgente di acque termali che sgorgano alla temperatura costante di 38 gradi. Si riteneva che tali acque avessero notevolissimi poteri terapeutici, soprattutto contro le malattie reumatiche, intestinali ed uterine. Questi luoghi furono, perciò, denominati anche “Bagni delle Signore”.
Una prima lunga salita nel bosco, con poche pause, prende quota con una bella serie di balze nel bosco avvicinandosi frequentemente ad un torrente che regala affascinanti salti e giochi d'acqua.
In vista di Casera Porcellizzo inizia la seconda parte, quella più scenografica: il percorso spiana per qualche centinaio di metri e consente di ammirare le montagne che cingono la vallata: pizzo Badile (3308 metri) e pizzo Cengalo (dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia, alto 3367 metri), ma anche i pizzi Gemelli (3223 metri e 3262 metri), Porcellizzo (3075 metri) e della Bondasca (o pizzo del Ferro occidentale, 3267 metri)
La terza ed ultima parte è una impegnativa salita, senza momenti per rifiatare, prima tra praterie d'alta quota poi tra le le rocce fino ai 2534 metri di altitudine del rifugio Gianetti.
L'intero percorso è ben segnalato e richiede almeno tre ore per la sola salita: alla partenza una tabella descrive il percorso e ne dettaglia i tempi di percorrenza a seconda del grado di allenamento.


AL RIFUGIO ALLIEVI BONACOSSA
Come tutti i rifugi "in quota" della val Masino, anche il rifugio Allievo Bonacossa (o meglio i due rifugi Allievi e Bonacossa, perchè si tratta di due diverse strutture anche se ad unica gestione) esige il suo tributo di fatica ed impegno! La camminata, infatti, sfiora le tre ore (di buon passo) e regala solo un quarto d'ora di "tranquillità" quando, poco dopo essere usciti dal bosco, si attraverso "il pianone", una sorta di altopiano dove scorre un placido torrente mentre in alto svettano cime alte più di tremila metri.
Si parte da San Martino e, volendo, si può sfruttare il servizio navetta per la val di Mello. Nei giorni in cui non vige la regolamentazione del traffico ci si può, invece, addentrare in val di Mello e parcheggiare più avanti, nei pressi di un campeggio, riducendo così l'impegno ed evitando i primi momenti dell'escursione, invero un po' monotoni.
Dal campeggio, a circa 1100 mslm, si cammina su fondo quasi pianeggiante, percorrendo un'antica mulattiera che sfiora diverse baite tradizionali, qualche malga ed un paio di rifugi. Incantevole, in questo tratto, ammirare i riflessi delle montagne nelle azzurrissime acque del cosiddetto "bidet della Contessa", uno specchio d'acqua cristallina dal nome davvero curioso. Proseguendo oltre, sulla destra orografica, il tratturo incontra la deviazione per il sentiero della val di Zocca e del rifugio Allievi Bonacossa: all'ombra del bosco, si inizia a salire con decisione colmando un primo dislivello di circa cinquecento metri. Questo tratto, come anticipato, non lascia davvero tregua.
Poco dopo essere usciti dal bosco si cammina accanto a diverse rocce montonate e si incontra un pannello informativo: prestando attenzione si può ammirare il torrente che, decine di metri sotto, compie un salto vertiginoso. Ancora qualche passo e si raggiunge il pianone, a 2070 mslm: si gode di qualche minuto di rilassante camminata su fondo pianeggiante e si inizia a contemplare l'anfiteatro roccioso, di origine glaciale, in cui ci si trova. Tra le vette spiccano la cima di Zocca, che dà il nome alla valle per la sua imponenza pur non essendo la più alta e si trova sul versante occidentale, mentre dietro al rifugio, che ora si può scorgere, spiccano la cima di Castello e punta Allievi.
Raggiunto il margine settentrionale del pianone si riprende a salire, con decisione, e tra le pietraie si guadagna il rifugio, posto a 2385 mslm.
Una curiosità. Come tutte le montagne di confine anche qui si narrano vicende di contrabbandieri e finanzieri: poco prima del pianone si può osservare una grotta che era spesso utilizzata dalla Guardia di Finanza per intercettare chi tentava di trasportare merci oltre il confine, verso la Svizzera.
La discesa avviene per la via di salita! Nello stralcio di mappa Kompass il rifugio Allievi Bonacossa è in alto a destra, più rifugi si incontrano sul fondovalle della val di Mello.



Su www.cicloweb.net:
- un approfondimento sui ghiacciai della val Malenco,
- trekking in val Malenco,
- guide alla montagna lombarda,
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- la guida alla val Malenco ed ai suoi dintorni,
- gli itinerari per pedalare in val Malenco,
Ed inoltre ciaspolate in Lombardia , da www.ciaspole.net

In collaborazione con
Apt Valtellina
www.valtellinaonline.com


 

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