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San Terenzio oggi

Lo scoppio di San Terenzo

La notte tra il 28 e il 29 settembre 1922 è rimasta scolpita nella memoria della comunità di San TerenzoLerici e di tutte le frazioni del territorio.
 

LO SCOPPIO DI SAN TERENZO: UNA PREMESSA
Durante la Grande Guerra, per supportare il fronte terrestre e difendere il litorale veneto, all'Esercito servivano cannoni di grosso calibro. Valutando improbabile un attacco al golfo dall'Appennino, furono disarmate quasi completamente le opere di difesa verso terra, verso mare e la cinta muraria cittadina della Spezia, recuperando pezzi di medio e grande calibro per rinforzare le linee contro l'esercito austro-ungarico. Alla fine del conflitto, l'artiglieria superstite risultò talmente usurata e tecnologicamente obsoleta da renderne sconveniente il riuso nelle fortificazioni, anch'esse ormai prive di scopo strategico.
Si presentò così il problema di gestire la grandissima quantità di esplosivi e artifizi rimasti inutilizzati. Si decise di accatastarli, in tutta Italia, nelle fortificazioni disarmate. Nella batteria di Falconara, situata sulla collina sovrastante San Terenzo, vennero ammassate oltre 1.500 tonnellate di materiali: nello specifico, centoventisei tonnellate di polvere nera, novecentoottantotto di balistite, venti di solenite, ottantotto di cordite, duecentoventi di nitrocellulosa e sessantanove di tritolo, trasformando il sito in un enorme rischio per le popolazioni vicine.
 

COSA E' SUCCESSO IL 29 SETTEMBRE 1922?
Alle 2.55 di quella notte, nel corso di una tempesta violenta caratterizzata da forti scariche elettriche, una serie di fulmini colpì la struttura, neutralizzandone i parafulmini. Si verificò un'interferenza tra le scariche elettromagnetiche e gli esplosivi, che ne innescò la deflagrazione. Le mura e le fondamenta della batteria furono frantumate e l’intera collina venne sconvolta. Un sordo boato rimbombò per chilometri, mentre fiammate e vampate di calore incenerirono la vegetazione, gli alberi e le colture di ulivi sui fianchi del rilievo. L'onda d'urto generò una tempesta d'aria infuocata, mandò in frantumi i vetri delle finestre e scoperchiò i tetti in un raggio vastissimo, investendo San Terenzo, Lerici, Pitelli, Muggiano, Pertusola, Pugliola e Solaro. Persino alla periferia della Spezia, a Fossamastra, la violenza dell'urto provocò la caduta di tegole e persiane nonostante la distanza considerevole. Il terremoto artificiale fu rilevato a Firenze dall’istituto sismologico Ximeniano, che ne registrò l’orario esatto.
La forza dell'esplosione lasciò una profonda voragine al posto del forte, proiettando a trecentosessanta gradi tonnellate di rocce, fango e piante che ricaddero sulle case, abbattendole o rendendole del tutto inagibili. Si contarono quasi duecento morti – tra cui il comandante della batteria, la moglie e le cinque figlie – oltre mille feriti e decine di orfani, di cui cinquantatrè documentati.
Il borgo di San Terenzo, un tempo amato da Byron e Shelley, fu ridotto a un ammasso di macerie, inserendosi in un contesto già difficilissimo per il territorio, segnato dai sacrifici della guerra e dal violento terremoto della Lunigiana e Garfagnana di due anni prima.
I soccorsi si attivarono rapidamente da tutto il Nord e Centro Italia. La Regia Marina coordinò le operazioni impiegando ufficiali medici e oltre cinquecento marinai per la rimozione delle macerie, in quello che si configurò come uno dei primi esempi di attività di Protezione Civile moderna.
Le pubbliche assistenze di Lerici, Sarzana, La Spezia e della Lunigiana trasportarono a ritmo incessante i feriti negli ospedali della zona, supportate dai pompieri e dalla mobilitazione solidale della cittadinanza. I giovani lericini, riscontrati danni lievi nel proprio centro, si organizzarono subito per raggiungere a piedi le frazioni colpite attraverso campagne e strade impervie, o via mare con barche a remi.
I danni materiali furono stimati in cinque milioni di lire dell’epoca. La notizia rimase per giorni sulle prime pagine dei giornali italiani ed esteri, dal New York Times fino ad alcune testate australiane. Il disastro richiamò l'attenzione internazionale sulla pericolosità dei depositi militari vicino ai centri abitati, spingendo le istituzioni a correre ai ripari: un telegramma del Ministero della Guerra del 20 maggio 1923 ordinò la riduzione degli esplosivi al forte Rocchetta da 1.680 a 300 tonnellate e lo sgombero di 400 tonnellate di balistite da Santa Teresa. Negli anni Trenta, infine, venne generalizzata la protezione dei depositi dalle scariche atmosferiche mediante l'installazione della gabbia di Faraday, una struttura di elementi metallici sovrapposta ai magazzini e sostenuta da pilastrini in cemento per disperdere le cariche elettriche a terra.
 

San Terenzo dopo lo scoppio
(San Terenzo dopo lo scoppio del 1922)

  03/06/2026

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